IL CONTROLLO CHE IRRIGIDISCE

Siamo manager, ingegneri, ragionieri, insegnanti …. persone che si sentono responsabili per sé e per gli altri, ma anche soggetti insicuri, diffidenti, timorosi degli altri e della vita: uno stuolo di persone delicate, emotive, che cercano come possono di ripararsi dal mondo circostante.

Controlliamo i dipendenti e i conviventi, affinché eseguano tutto “come va fatto”. Ma, soprattutto, controlliamo noi stessi: l’abito, l’automobile, la casa, la nostra persona; siamo molto puliti ed ordinati, ci pettiniamo spesso, puliamo il pavimento seguendo i passi di chi ci sta camminando sopra. E poi riguardiamo i programmi, ricordiamo perfettamente i nostri appuntamenti, o perlomeno controlliamo frequentemente agenda e telefono.

Solitamente riusciamo a controllare i movimenti e la voce, tranne qualche rara volta, quando le parole ci sfuggono inaspettatamente di bocca, e allora sì che esterniamo tutto ciò che avevamo a lungo trattenuto!

Tutto nella speranza di avvicinarci quanto più possibile al perfezionismo, nell’illusione che questo stato ci liberi dalla paura e dall’insicurezza.

Ma in questo nostro faticosissimo impegno non ci accorgiamo che viviamo rigidi, contratti, perennemente come un felino in attesa, pronti a scattare al primo segno di pericolo. Siamo in costante allarme rosso, e non conosciamo il rilassamento; non riusciamo a rilassarci, anche se la nostra mente lo vorrebbe.

E’ la paura, la madre di tutte le emozioni negative, che ci costringe a comportarci così, a vivere continuativamente nello stress. Soffriamo di cervicalgie, gastriti, i nostri muscoli in continua contrazione stremano le articolazioni, e le cartilagini si consumano per il surlavoro e l’acidosi che sviluppiamo.

Tutti questi guai perché abbiamo paura di mostrare la nostra parte tenera, i nostri sbagli, le debolezze, la fragilità, scordandoci che la fragilità è solo l’altro lato della forza: due facce di una medaglia che siamo noi stessi.

Nella nostra corsa alla difesa e alla perfezione ci dimentichiamo che se fossimo artificialmente perfetti verrebbe amato qualcuno che non siamo noi con tutti i nostri pregi e i nostri difetti, noi come essere meravigliosamente unico ed irripetibile.

E se non ci ameranno, se le persone o gli eventi ci faranno soffrire, ricordiamo che la sofferenza è solo l’altra faccia della gioia, e che ambedue fanno ugualmente parte della vita. E teniamo infine presente che solo dalla sofferenza si può imparare, se sappiamo trasformare il dolore in una lezione di vita.

 

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